Sanità a confronto - Italia

Procreazione medicalmente assistita: ecco i requisiti regionali

Procreazione medicalmente assistita: sono arrivati i requisiti per le strutture sarde nelle quali è possibile praticarla (PMA). «Il documento nasce dopo numerosi incontri, coordinati dalla direzione generale dell’assessorato, con i direttori e gli operatori che lavorano nelle strutture regionali che erogano il servizio di Procreazione medicalmente assistita», ha detto l’assessore alla sanità Luigi Arru. La proposta voluta da Arru riguarda le caratteristiche tecnico-scientifiche dei Centri e i requisiti del personale impiegato, insieme ai criteri per la determinazione della durata delle autorizzazioni e dei casi di revoca. L’obiettivo della nuova norma è quello di armonizzare la normativa regionale vigente, valutando le criticità esistenti così da elaborare un documento per regolamentare i percorsi di accreditamento. La norma prevede che la definizione di Centro di procreazione medicalmente assistita possa essere attribuita solo a strutture sanitarie pubbliche o private autorizzate che svolgano attività di prelievo, manipolazione, conservazione e distribuzione di gameti prelevati, zigoti ed embrioni con la certezza di tracciabilità e sicurezza. I Centri di procreazione medicalmente assistita sono distinti in tre livelli in base alla complessità delle tecniche utilizzate: si va infatti dai centri che si occupano di inseminazione intracervicale o sopracervicale in ciclo naturale ai centri di secondo livello che prevedono il prelievo degli ovociti, la fecondazione in vitro e il trasferimento dell’embrione, l’iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo, il trasferimento intratubarico dei gameti, il prelievo testicolare dei gameti e l’eventuale crioconservazione di gameti maschili e femminili. I centri di terzo livello si occupano invece di procedure come il prelievo di gameti dal testicolo e degli ovociti per via laparoscopica e il trasferimento intratubarico dei gameti per via laparoscopica, il tutto in anestesia generale.

Occhi puntati su Milano per Ema e Human Technopole: il punti di vista di Assobiotec

Per il futuro di Milano e della Lombardia i prossimi mesi saranno cruciali, in ambito sanitario e non solo. Gli obiettivi sono due: dare via al progetto Human Technopole, la città della scienza che sorgerà all’interno dell’area Expo, e attrarre l’Ema, l’Agenzia europea del farmaco che attualmente ha sede a Londra. Questo tema è stato affrontato a Milano lo scorso 2 maggio in occasione dell’assemblea annuale di Assobiotec, l’associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie, parte di Federchimica. Per i relatori la combinazione dei progetti Human Technopole ed Ema comporterebbe due grandi investimenti strategici in uno e soprattutto sarebbe la conferma dell’interesse concreto da parte del nostro Paese verso elementi chiave per lo sviluppo come l’eccellenza scientifica e tecnologica. Ciò renderebbe l’Italia tutta più competitiva e attrattiva in un settore cruciale per il futuro delle giovani generazioni e per la qualità della vita.

Del resto, come è emerso nel corso dell’assemblea, è proprio sulle biotecnologie che si gioca la partita del futuro delle scienze della vita. Lo ha fatto presente lo stesso presidente di Assobiotec, Riccardo Palmisano, notando come spirito di innovazione, eccellenza della ricerca scientifica e visione sul futuro non manchino al nostro Paese nella corsa alle biotecnologie. «La ricerca in particolare ha un peso assoluto, ma secondo logiche nuove», ha detto il presidente. «Oggi le imprese non possono contare solo su competenze interne: occorre cercare le eccellenze nelle università, negli enti di ricerca, e attivare startup. Ma il problema restano gli investimenti: il numero di realtà che si occupano di ricerca, in Italia, è allineato al resto d’Europa tuttavia non decollano per mancanza di fondi: non riusciamo ad attirare capitali di rischio». Serve quindi, secondo gli esperti, più attrattività fiscale: il capitale non deve avere frontiere perché se i centri di ricerca italiani sono riconosciuti per qualità a livello mondiale, da un punto di vista scientifico, sono ancora poco attrezzati nello sviluppare business plan. Un’opportunità come quella milanese, permessa da Human Technopole ed Ema, rappresenterebbe dunque un punto di svolta importante oltre che un segnale assolutamente positivo per questa città, che rappresenta l’avanguardia in termini economici, finanziari e scientifici dell’intero Paese.

 

Farmaci innovativi: la sfida dei costi negli Uk

Innovazione farmacologica significa migliori prestazioni sanitarie ma anche costi altissimi. Come faranno i sistemi sanitari ad affrontarli? L’interrogativo è comune alle agende dei governi di tutto il mondo, in particolare in Gran Bretagna in seguito a un nuovo modello di definizione del budget per la spesa farmaceutica entrato in vigore recentemente. Negli ultimi anni l’arrivo di nuovi prodotti ad alto tasso di innovazione e dai costi proibitivi ha messo in difficoltà il sistema britannico, creando allarme tra tutti gli attori della filiera. A partire da aprile 2017 i farmaci raccomandati dal Nice (National institute for health and care excellence) che superano quota 20 milioni di sterline l’anno non saranno finanziati in maniera automatica entro 90 giorni, come avvenuto sinora. Al National health service saranno concessi sino a tre anni per condurre le trattative con le aziende farmaceutiche. Questo però comporta che l’accesso dei pazienti ad alcune nuove tecnologie potrebbe essere rallentato. Secondo gli oncologi, in particolare, il timore riguarda la possibilità di perdere il treno dell’innovazione con danni per la salute dei pazienti. Secondo quanto ha scritto Mario Melazzini, direttore generale dell’Aifa, il dibattito ricorda molto il quadro nazionale: «L’Italia», scrive su Quotidianosanità.it, «è stata negli anni tra i primi Paesi europei e occidentali a sollevare il problema. L’approccio italiano conferma ancora una volta che il Servizio sanitario nazionale costituisce un unicum in Europa e nel mondo». Secondo Melazzini, quindi, anche da noi si gioca una sfida che il comparto è chiamato ad affrontare: «Dobbiamo farlo tutti insieme con e nei rispettivi ruoli: politica, istituzioni, scienza, industria, seguendo la stella polare del senso di responsabilità che permetta la reale».

Accordo con il Governo, il Piemonte esce dal Piano di rientro

Il Piemonte abbandona il Piano di rientro dal debito sanitario. A sei anni dall’entrata è finalmente arrivato l’atto che sancisce la fine del precommissariamento. E ora la giunta Chiamparino può approvare il piano assunzioni per il 2017, che permetterà agli ospedali piemontesi di non subire più la carenza di personale cui erano sottoposti a partire dal 2010. L’Assessore alla sanità Antonio Saitta ha affermato: «Si tratta di un successo per la giunta, che si era posta questo obiettivo all’inizio del mandato, ma è un successo per tutta la sanità regionale». Il Piemonte era infatti l’unica regione del Nord a essere vincolata dal Piano. Firmato a luglio 2010 dalla giunta Cota con l’obiettivo di riportare entro il 2012 la spesa del servizio sanitario regionale sotto controllo, il Piano nel corso degli anni è stato integrato con un addendum e prorogato per mezzo di programmi operativi protrattisi nel tempo. Durante tutto questo periodo i tecnici ministeriali hanno monitorato i bilanci delle aziende sanitarie e le azioni intraprese dalla regione per il contenimento della spesa. Ma grazie a una serie di provvedimenti di razionalizzazione e riqualificazione, ora la sanità piemontese sembra aver voltato pagina: «Dopo anni in cui il settore non era governato e i conti continuavano a essere fuori controllo – dice Saitta – abbiamo raggiunto l’equilibrio economico nei bilanci approvando le riforme necessarie a riportare ordine. Il tutto sempre mantenendo alta la qualità complessiva delle prestazioni». Ora si entra nella fase due, quella della crescita: si prevedono assunzioni, investimenti, nuovi ospedali, sviluppo della rete di assistenza territoriale e riduzione delle liste d’attesa.

Regioni, spesa per la mobilità sanitaria: ecco i dati

15/03/17  Più di 4.100 miliardi: a tanto ammonta la spesa totale per la ricerca di cure migliori in regioni diverse dalla propria. A dare i numeri è la Conferenza Stato Regioni nella tabella della mobilità sanitaria 2015 presentata questo mese a Roma. Il Nord e le regioni più virtuose mostrano come sempre un saldo tra dare e avere in attivo mentre per le altre, quasi tutte del Sud, le cifre sono in rosso. Ben cinque di queste, ovvero Campania, Calabria, Lazio, Sicilia e Puglia, da sole evidenziano un saldo negativo che supera il miliardo. In particolare la regione che incassa di più è la Lombardia: il suo saldo positivo vale quasi 600 milioni, a seguire l’Emilia Romagna con 346 milioni, la Toscana (146) e il Veneto (circa 113). Maglia nera per la Campania, con un rosso di oltre 282 milioni. Eccezione al Sud è il Molise, che mostra un segno più per 25 milioni circa. Dati negativi anche per regioni in piano di rientro: Valle d’Aosta, provincia autonoma di Trento e Sardegna che devono il loro debito a Piemonte e Lombardia (la prima), Veneto, Lombardia e provincia autonoma di Bolzano (la seconda) e la terza, Lombardia, Lazio e Piemonte (la terza). Dei saldi della mobilità sanitaria fanno parte anche i circa 40 milioni che riguardano voci specifiche come il registro di donatori di midollo osseo e le cellule staminali, per i quali l’unico polo è il Galliera di Genova e plasmaderivazione ed emocomponenti, concentrati su poche regioni.